venerdì 30 settembre 2011

"Noi siamo Chiesa" secondo il Papa

Dal discorso del Santo Padre ai seminaristi di Friburgo il 24 settembre scorso.
"Soltanto nel 'noi' possiamo credere. A volte dico: san Paolo ha scritto: 'La fede viene dall’ascolto', non dal leggere. Ha bisogno anche del leggere, ma viene dall’ascolto, cioè dalla parola vivente, dalle parole che gli altri rivolgono a me e che posso sentire; dalle parole della Chiesa attraverso tutti i tempi, dalla parola attuale che essa mi rivolge mediante i sacerdoti, i vescovi e i fratelli e le sorelle. Fa parte della fede il 'tu' del prossimo, e fa parte della fede il 'noi'. E proprio l’esercitarsi nella sopportazione vicendevole è qualcosa di molto importante; imparare ad accogliere l’altro come altro nella sua differenza, ed imparare che egli deve sopportare me nella mia differenza, per diventare un 'noi', affinché un giorno anche nella parrocchia possiamo formare una comunità, chiamare le persone ad entrare nella comunanza della Parola ed essere insieme in cammino verso il Dio vivente. Fa parte di ciò il 'noi' molto concreto, come lo è il seminario, come lo sarà la parrocchia,ma poi sempre anche il guardare oltre il 'noi' concreto e limitato al grande 'noi' della Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, per non fare di noi stessi il criterio assoluto. Quando diciamo: 'Noi siamo Chiesa', sì, è vero: siamo noi, non qualunque persona. Ma il 'noi' è più ampio del gruppo che lo sta dicendo. Il 'noi' è l’intera comunità dei fedeli, di oggi e di tutti i luoghi e tutti i tempi. E dico poi sempre: nella comunità dei fedeli, sì, lì esiste, per così dire, il giudizio della maggioranza di fatto, ma non può mai esserci una maggioranza contro gli apostoli e contro i santi: ciò sarebbe una falsa maggioranza. Noi siamo Chiesa: siamolo! Siamolo proprio nell’aprirci e nell’andare al di là di noi stessi e nell’esserlo insieme con gli altri!".

E' evidente che Benedetto XVI ha fatto leva sul nome di "Noi siamo Chiesa" per rovesciarne però il significato: da un "noi" separato e contrapposto a un "noi" che abbraccia la Chiesa "di tutti i luoghi e tutti i tempi". E' evidente anche che si riferiva ad una ben nota organizzazione contestatrice che si fregia di questa denominazione; ma è del tutto pertinente l'accostamento ed il riferimento che ci è venuto spontaneo.

Invitiamo i nostri interlocutori neocatecumenali a interrogarsi su come si pone in realtà il loro movimento, in tutti i suoi aspetti, all'interno della comunità ecclesiale (quella tutta intera).

martedì 27 settembre 2011

«Quella particolarissima autoreferenziale chiesuola che è la setta di Kiko»

La celebrazione mi ha messo a disagio fin dall'avvio. Mi aspettavo che la messa e il battesimo fossero celebrati in chiesa e a porte aperte, secondo il rito liturgico classico sia pure con varianti e adattamenti non sostanziali. Invece no. Mi sono trovato in un angusto locale con ingresso separato, già gremito di persone tutte partecipi al Cammino neocatecumenale, con i capi che facevano premura perché gli ultimi venuti entrassero e poi si chiudesse la porta. Era subito evidente che lì non c'era posto per chi non fosse invitato o "riconosciuto". Il rito d'ingresso della messa è stato uno scambio di autopresentazioni, di saluti, di applausi. Come non ci fosse modo, per un esterno, d'essere ammesso nella "Chiesa" se non grazie al visto della comunità.

La liturgia della parola anteponeva sistematicamente le moltissime parole di membri della comunità alla sola Parola che dovrebbe aver posto in questa parte della messa, la Parola di Dio con la "P" maiuscola. Le sacre letture erano precedute e seguite da un´alluvione di indicazioni esplicative, di emozioni comunicate, di esperienze raccontate, di interrogazioni retoriche come a scuola, specie fatte ai bambini.

Anche i brani di omelia del sacerdote si perdevano nel generale chiacchiericcio, come se il prete avesse un ruolo marginale nella celebrazione e la regìa fosse nelle mani dei conduttori laici della comunità. I quali davano mostra di valutare la bontà o meno di ogni intervento. Inesorabilmente, ciascuno pareva mosso a parlare "secondo i canoni". Era la via per far bene, per essere apprezzati, per crescere nella considerazione della comunità. La preghiera dei fedeli rispondeva agli stessi criteri. Per i bambini è stata una lampante gara d'emulazione, quasi vi fosse un sottinteso punteggio.

I canti che hanno ritmato tutta la celebrazione erano anch'essi di produzione della comunità. Compresi quelli ripresi dalla liturgia classica - Gloria, Credo, Sanctus... - con varianti che però quasi li rendevano irriconoscibili. E come poteva essere diversamente? In effetti, il Gregoriano o una messa di Palestrina o un mottetto di Bartolucci sono incompatibili col bailamme
di una liturgia neocatecumenale come quella cui ho assistito. Così come i canti di Kiko, il fondatore del Cammino, sarebbero fuori luogo in una celebrazione liturgica di forma tradizionale. Che i canti di Kiko siano invece perfettamente conformi ai riti neocatecumenali, è fuor di dubbio. Compresa l'esecuzione quasi sempre gridata, con punte di esaltazione collettiva.

Già, dunque, la liturgia della parola mi ha dato l'impressione di una devastazione smisurata della Grande Tradizione liturgica della Chiesa. Sostituita da un greve assemblearismo pseudopaolino: apparentemente liberatorio dei carismi di ognuno, in realtà duramente governato dai capi della comunità.

Ma passando all'eucaristia propriamente detta, le mie riserve si sono fatte ancor più serie. Lì, più che a una messa, mi è parso di assistere, a momenti, a una messa in scena. Come se il problema fosse quello di ripristinare e ri-rappresentare un presunto svolgimento originario e puro dell'eucaristia del cristianesimo primitivo, liberandolo da due millenni di incrostazioni liturgiche deformanti.

In realtà, quel che vi ho visto sfiorare è stato il feticismo. Annientata la sobria potenza simbolica elaborata in secoli di Grande Liturgia (che non s'è mai sognata di ripetere pedissequamente i presunti gesti fisici della comunità apostolica primitiva), il rito sembrava attribuire forza salvifica decisiva a precisi oggetti e comportamenti: che non erano tanto il sacramento in sé, quanto piuttosto il tipo di pane, il modo di spezzarlo, l'altare a forma di tavola da pranzo, i boccali, il mangiare e bere tra commensali seduti... E questo sarebbe il ritorno alle origini? Molto più prosaicamente, questa è la messa reinventata da Kiko: dando a intendere che sia più autentica, più vera e più salvifica della messa "normale". E come non bastasse, Kiko s'è messo anche a far l'architetto. La struttura delle sue aule di culto, compresa quella in cui mi sono trovato, cancella due millenni d'architettura cristiana, a pro di una bizzarra mappatura ginecomorfica: con l'ambone che fa da testa, la tavola da pranzo che fa da stomaco e la vasca battesimale che fa da utero della sua madrechiesa. Così, almeno, mi hanno spiegato gli stessi neocatecumenali.

E vengo al battesimo del bambino. Anche qui ho visto in azione l'insidia del feticismo: l'idea che il vero battesimo non sia quello ritualizzato nei secoli dalla Chiesa, ma quello fatto in quel modo lì, con la triplice, brusca immersione integrale del bambino nell´acqua della vasca. Quello che, a sentire i neocatecumenali, sarebbe il rito "originario" è anche qui una loro particolarissima invenzione. Ogni civiltà ha i suoi stili, e nella nostra civiltà l'infermiera di un reparto pediatrico che facesse così il bagno a un neonato verrebbe puntualmente accusata di maltrattamenti e additata alla pubblica esecrazione. Ma il rude battesimo al modo di Kiko si fa a porte chiuse, solo tra membri della comunità. Ai quali evidentemente sta bene com´è fatto.

La mia sensazione è stata quella di assistere a un cerimoniale di iniziazione. Dove però l'iniziato principale non era l'ignaro bambino ma, per mezzo suo, la comunità. Dove la prova era una sorta di sfida lanciata al mondo esterno e alla mentalità dei moderni "faraoni". Noi siamo diversi! Noi siamo i salvati! Anche a prezzo di dolore! Curiosamente, nell'arco dell'intera veglia, il culmine dell´esaltazione e del canto urlato è stato raggiunto proprio dopo il triplice tuffo del bambino, che a sua volta - comprensibilmente - strillava a più non posso. Insomma, assistendo a questo battesimo, mi son fatto l´opinione che il fine della gran parte dei presenti non fosse tanto quello di far rinascere il bambino nella Chiesa, ma di annetterlo a quella particolarissima, autoreferenziale chiesuola che è la setta di Kiko.

***

La sopra citata testimonianza fu pubblicata nove anni fa ma è ancora terribilmente attuale: il "kikocentrismo" (a cominciare dall'iconografia kikiana che sembra fatta di autoritratti) non è mai diminuito.

venerdì 23 settembre 2011

Inquietanti simboli ebraici nell'uso e nella spiritualità del Cammino Neocatecumenale.

Il fatto che il cristianesimo abbia le sue radici nell'ebraismo non giustifica la smania (particolarmente forte nel Cammino Neocatecumenale) di far uso di simboli ebraici. Per venti secoli, anche nelle peggiori liturgie cattoliche, non si era mai visto tanto accanimento nel riproporli o scimmiottarli. E neppure negli ambienti protestanti più devoti dell'Antico Testamento. Si tratta di simboli che, presi isolatamente, restando sconcertanti e basta ma, messi insieme, hanno un filo conduttore e mettono in luce un disegno più ampio.
Raccogliamo e commentiamo, qui sotto, alcune considerazioni di Lino sul tema.

Sulla ipertrofica mensa neocatecumenale, che non è più un Altare, compare inesorabilmente, al posto della Croce di Cristo, la hanukkiàh ebraica, le cui luci vengono accese nella festa di Hannukkàh in cui si commemora la riconsacrazione del Tempio istituita da Giuda Maccabeo e dai suoi fratelli dopo la loro vittoria su Antioco IV Epifane.

In gioco, a ben leggere, c’è l’edificazione di un nuovo altare:
Tennero consiglio per decidere che cosa fare circa l'altare degli olocausti, che era stato profanato. Vennero nella felice determinazione di demolirlo, perché non fosse loro di vergogna, essendo stato profanato dai pagani. Demolirono dunque l'altare e riposero le pietre sul monte del tempio in luogo conveniente finché fosse comparso un profeta a decidere di esse. Poi presero pietre grezze secondo la legge e edificarono un altare nuovo come quello di prima; restaurarono il santuario e consacrarono l'interno del tempio e i cortili; rifecero gli arredi sacri e collocarono il candelabro e l'altare degli incensi e la tavola nel tempio. Poi bruciarono incenso sull'altare e accesero sul candelabro le lampade che splendettero nel tempio” (Maccabei 1, IV, 44-50).
Il tempio in questione è il Secondo Tempio, costruito al ritorno dall'esilio babilonese, e restaurato nel 164 a.C. da Giuda Maccabeo. Il Secondo Tempio è lo stesso della profezia di Cristo (citiamo qui quella di Mt 24):
Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»”.
Il Secondo Tempio è lo stesso dell’equivoco dei Giudei descritto in Gv 2,18-21, dove Cristo per Tempio intendeva il proprio Corpo:
I Giudei allora presero a dirgli: «Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?» Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» Ma egli parlava del tempio del suo corpo”.
Ora c'è da chiedersi: è mai possibile porre invece dell’Altare dove si celebra il Sacramento del Corpo/Tempio di Cristo una tavola sulla quale si rievoca, con l’Hannukkiàh, “un altare nuovo come quello di prima” degli olocausti? Un altare dell'Antico Testamento, dell'Antica Alleanza...

Le cose sono due: o questi fondatori Neocat sono completamente stupidi e giocano con i simboli come si gioca al Mercante in Fiera, oppure hanno un progetto preciso col sostegno di chi conosce bene quei simboli e possiede una notevole finezza di comunicazione simbolica, mezzi adeguati e strategie secolari, nel senso che vengono da lontano.

L'uso della Hannukkiàh dà l'idea che costoro intendono elevare nella Chiesa Cattolica un qualche "nuovo altare del Secondo Tempio", quello la cui distruzione fu profetizzata da Cristo. Mettere un riferimento del Secondo Tempio nella Chiesa che celebra il Sacramento del Tempio/Corpo di Cristo è un'operazione blasfema.

Anche su questa immagine a lato c’è poco da ragionare: essa è sincretica il che fa rima con eretica. Troppi simboli veterotestamentari contornano la croce. Essi richiamano, piuttosto che i Vangeli inseriti nel titolo, la merkavàh di Ezechiele: sono ben riconoscibili, in basso, le ruote del "carro". Assolutamente inaccettabile la raffigurazione di Nostro Signore con la tunica... non è stato scritto in Gv 19,24 “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”? Kiko pensa che quella tunica – tutta di un pezzo e priva di cuciture, sia nella lettera sia nella metafora assolutamente integra – sia stata forata e sbrindellata dalla lancia di un pretoriano? Alla lettera e simbolicamente il dipinto è intollerabile. Inoltre quella tunica messa addosso al Cristo in croce col volto sfigurato è in realtà la tunica del Sommo Sacerdote che l’ha condannato, poiché vi si riconosce l’ephod sul petto (simbolo delle dodici tribù). Sfrontata e blasfema, oltre che brutta e cupa: ecco cos'è quest'immagine neocatecumenale, sulla quale Kiko comanda ai suoi fedeli di pregare.


Cosa pensarne? Non possiamo escludere che sia una allusione alla già prefigurata ricostruzione del Terzo Tempio, che dal punto di vista cattolico è una bestemmia perché implica la negazione della Nuova ed Eterna Alleanza stabilita da Nostro Signore. L'immagine a lato è presa da un filmato che ne sviluppa gli intenti in corso di attuazione da parte degli ebrei in Israele mostrando - dal museo ivi allestito, nel quale sono raccolti tutti i simboli riferiti al Tempio e alle sue funzioni -, il manichino che riproduce il Sommo Sacerdote con l'ephod in bella mostra sul petto.

Che dire di fronte a questi simboli che - a differenza di altri più volutamente ambigui - presentano riferimenti espliciti ed inquietanti ad una specie di "Nuovo Israele" inteso non come la Chiesa Cattolica, ma come qualcos'altro? E' evidente che non intendono la Chiesa portatrice della Nuova ed Eterna Alleanza: hanno trasformato gli Altari sui quali si riattualizza il Santo Sacrificio di Cristo in mense-e-basta, per di più con i retro-significati che abbiamo evidenziato. Suscitano poi molte perplessità la Cittadella della Domus Galileae - aperta solo ai neocatecumenali (non a tutti i cattolici) e che per loro stessa ammissione è frequentata prevalentemente da rabbini e altri centri non troppo pubblicizzati (conmosciamo solo Gerusalemme-Mamre) che vanno sorgendo qua e là in Israele, paradossalmente in un momento in cui la Chiesa cattolica ha difficoltà col governo israeliano per il riconoscimento delle proprie proprietà in Terra Santa.

Riflettiamo ora sull'inquietante copri-leggìo kikiano cosiddetto dell'Annunciazione (sì, tra i neocatecumenali anche il copri-leggìo dev'essere "griffato" da Kiko), visibile a destra del Tabernacolo a due piazze contenente con pari dignità la Torah e le Sacre Specie e collocato significativamente nel cosiddetto Santuario de la Palabra (in spagnolo "Palabra" significa "Parola"). Esso rappresenta Maria con un filo rosso in mano, perchè secondo l'interpretazione kikiana (basata su una favoletta di un "apòcrifo" anziché sulla Parola di Dio) "era stata prescelta dal sommo sacerdote per tessere il velo purpureo del tempio". Nessun accenno, invece, alla persona di carne del Figlio di Dio che Maria sta tessendo dentro di sé ad opera dello Spirito Santo. Se mai potrebbe essere questo il significato del simbolo, se proprio gli se ne deve attribuire uno. Si tratta, quindi, di un'interpretazione che non ha nulla a che vedere con l'Annunciazione né con l'Incarnazione conseguente: un ulteriore inutile riferimento al giudaismo, completamente fuori luogo e sviante dal grande mistero della Madre e del Figlio...

I neocatecumenali amano chiamare "Yeshivà" la cosiddetta cappella della Parola, con tanto di Bimah che è il pulpito da cui viene letta la Torah (cfr. immagine a lato: la Bimah della Domus Galileae, presente in tutti i Seminari Redemptoris Mater), scimmiottando l'ebraismo (gli ebrei ortodossi chiamano Yeshivà i loro centri di studio della Torah e del Talmud).

Tutta questa fissazione nel richiamare l'ebraismo pare proprio dimenticare che Cristo Signore ha superato e compiuto definitivamente tutte le promesse e che perciò i simboli ebraici ci riguardano tutt'al più come reminiscenze storiche e non come simboli vivi della nostra Fede cristiana. Che in venti secoli di storia non ha mai avuto bisogno di fare ciò che fa Kiko.

Ovvio che tutte queste cose sono ben lontane dalla percezione dei neocatecumenali dello strato medio-basso. E sono ben lontane anche da quella della truppa ai livelli più avanzati, quelli che "fanno" il Cammino nel senso di "costruirne" l'ipostasi concreta, che si realizza con o senza la loro comprensione di ciò che stanno portando avanti.

mercoledì 21 settembre 2011

Il viaggio del Papa in Germania. E' già un' ulteriore occasione di neocatecumenal-pride.


Ringrazio tutti gli intervenuti che ci hanno preceduti nella reattiva valutazione all'articolo di Magister, collegato al viaggio del Papa in Germania, che riporta anche un pregevolissimo scritto di Marina Corradi da Avvenire.

Ammiro molto questa giornalista sensibile e preparata e dallo stile profondo, ricco e scorrevole e non posso che pensare che abbia scritto in base a quanto le hanno testimoniato. Purtroppo il risultato è la solita pubblicità tanto più ingannevole quanto più subdola provenendo da una fonte molto attendibile, certamente non prevenuta perché è noto come non sia diffusa nella Chiesa una conoscenza approfondita dell'entità-cammino.

Molto eloquenti le sottolineature di Perplesso, che ringrazio per le espressioni gentili:

Ammiro chi, come voi, si impegna a testimoniare e informare sul cammino neocatecumenale perchè, come detto nei commenti precedenti, quel movimento gode di una visibilità mediatica che altri non hanno, è riuscito a piazzare i suoi adepti ai posti chiave non solo nei media e in Curia ma anche in altri settori, è come un piovra che stende i suoi tentacoli e soffoca ogni resistenza.

Se leggete con attenzione il panegirico di Marina Corradi, ed è strano che lei stessa non si sia interrogata, si vede come il cammino è un'entità a sé stante con le proprie regole, la propria struttura, la propria gerarchia e tanti adepti che OBBEDISCONO ciecamente a Kiko Arguello, che "idea un nuovo passo", che li invia in missione [testuali parole dall'articolo: soggetto Kiko Arguello e non la Chiesa e di certo non possiamo pensare che coincidano] e via dicendo. Ma che cosa portano quelle persone là dove arrivano?
- La Chiesa di Cristo, o la chiesa di kiko?
- La Chiesa di Cristo o il cammino neocatecumenale?

Aggiungo, condividendo toto corde, quanto ci ha donato Jonathan:

Il carisma, di cui il cn è portatore, è benedetto dalla Chiesa, certamente, perché è da sempre suo, è un dono dello Spirito effuso sulla Chiesa sin dai suoi primissimi ‘seguimi’. Evangelizzare, annunciare il Vangelo, portare Cristo agli uomini e gli uomini a Cristo, nella Chiesa e attraverso la Chiesa. Perché fino ai confini estremi del mondo ogni ginocchio si pieghi e riconosca il Volto vero del suo Signore.

Ma i carismi, e questo per eccellenza, non possono essere piegati ad ogni vento di dottrina, al delirio visionario di questo o quello, alle idee di chiesa che più ci aggradano; i carismi non si possono addomesticare a misura d’uomo, perché questo significa tradire. Se stessi, la propria vocazione, e tradire la Chiesa spacciandone un’altra, diversa, mutata, deformata, come fa il cammino. Non dubito affatto della buona fede che anima quelle famiglie super numerose che hanno lasciato tutto per partire in missione, e mi unisco al coro di lodi che li accompagna. Ma so, con dolorosa certezza, che la realtà che le precede ha tradito e tradisce il carisma per cui sono state inviate. Tradisce quindi la Chiesa che le ha dato le chiavi per aprire e chiudere mille porte.

Il Vangelo ci insegna che il sì dell’obbedienza alla volontà del Padre passa attraverso Gesù e il Suo sì, il Suo ‘come’ e il Suo ‘perché’ : Giuda era lì, dentro, uno dei Dodici ma non ha saputo riconoscere nella disarmata mitezza del Maestro il carisma dell’Apostolo, e ha scelto il fine che giustifica i mezzi, ha scelto se stesso e la sua idea di salvezza. Non è e non sia mai così per noi, per salvare la speranza, che Giuda non conobbe, in una vera primavera della Chiesa.

lunedì 19 settembre 2011

Di fronte al Santissimo Sacramento...

Raccoglimento e devozione nel ricevere il Santissimo Sacramento, "il pane disceso dal cielo che porta in sè ogni dolcezza":




Qui sotto vediamo invece l'esempio dato dai signori Kiko e Carmen, i cosiddetti "iniziatori" del Cammino Neocatecumenale, comodamente seduti, mentre i camerieri liturgici portano in giro focacce e insalatiere. La signora Carmen guarda la propria porzione di pietanza aspettando che tutti siano pronti a manducare:



Perciò, di fronte a cotanto esempio degli "iniziatori", quale può essere mai il risultato nelle comunità neocatecumenali? Vediamo cosa può succedere ad una Prima Comunione neocatecumenale:


Se questa è la "devozione", se questa è la "liturgia", in cosa può mai consistere la fede a cui si riferisce? Dunque è così poco importante il Corpo e Sangue del Signore, visto che lo si può consumare comodamente seduti?



Cari fratelli neocatecumenali, proviamo a riflettere sulla devozione e sul raccoglimento di fronte al Santissimo Sacramento. Vediamo papa Benedetto XVI cosa ne pensa:

 

venerdì 16 settembre 2011

Il papa richiama il giudizio dei vescovi sulla genuinità dei carìsmi


15.09.2011 - Alle ore 11.30 di questa mattina, nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Vescovi di recente nomina partecipanti al corso promosso dalla Congregazione per i Vescovi.

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del discorso che il Papa rivolge ai presenti e aggiungiamo una riflessione scaturita dalle segnalazioni ricevute:

Cari Fratelli nell’episcopato!
[...]
L’incontro annuale con i Vescovi nominati nel corso dell’anno mi ha dato la possibilità di sottolineare qualche aspetto del ministero episcopale. Oggi vorrei riflettere brevemente con voi sull’importanza dell’accoglienza da parte del Vescovo dei carismi che lo Spirito suscita per l’edificazione della Chiesa. La consacrazione episcopale vi ha conferito la pienezza del sacramento dell’Ordine, che, nella Comunità ecclesiale, è posto al servizio del sacerdozio comune dei fedeli, della loro crescita spirituale e della loro santità. Il sacerdozio ministeriale, infatti, come sapete, ha lo scopo e la missione di far vivere il sacerdozio dei fedeli, che, in forza del Battesimo, partecipano a loro modo all’unico sacerdozio di Cristo, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium: "Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo" (n. 10). Per questa ragione, i Vescovi hanno il compito di vigilare e operare affinché i battezzati possano crescere nella grazia e secondo i carismi che lo Spirito Santo suscita nei loro cuori e nelle loro comunità. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che lo Spirito Santo, mentre unifica nella comunione e nel ministero la Chiesa, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici e la abbellisce dei suoi frutti (cfr ibid., 4). La recente Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid ha mostrato, ancora una volta, la fecondità della ricchezza dei carismi nella Chiesa, proprio oggi, e l’unità ecclesiale di tutti i fedeli riuniti intorno al Papa ed ai Vescovi. Una vitalità che rafforza l’opera di evangelizzazione e la presenza della Chiesa nel mondo. E vediamo, possiamo quasi toccare che lo Spirito Santo anche oggi è presente nella Chiesa, crea carismi e crea unità.

Il dono fondamentale che siete chiamati ad alimentare nei fedeli affidati alle vostre cure pastorali è prima di tutto quello della filiazione divina, che è partecipazione di ciascuno alla comunione trinitaria. L'essenziale è che diventiamo realmente figli e figlie nel Figlio. Il Battesimo, che costituisce gli uomini "figli nel Figlio" e membri della Chiesa, è la radice e la fonte di tutti gli altri doni carismatici. Con il vostro ministero di santificazione, voi educate i fedeli a partecipare sempre più intensamente all’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, aiutandoli ad edificare la Chiesa, secondo i doni ricevuti da Dio, in modo attivo e corresponsabile. Infatti, dobbiamo sempre tener presente che i doni dello Spirito, straordinari o semplici ed umili che siano, sono sempre dati gratuitamente per l’edificazione di tutti. Il Vescovo, in quanto segno visibile dell'unità della sua Chiesa particolare (cfr ibid., 23), ha il compito di unificare ed armonizzare la diversità carismatica nell’unità della Chiesa, favorendo la reciprocità tra il sacerdozio gerarchico ed il sacerdozio battesimale.

Accogliete dunque i carismi con gratitudine per la santificazione della Chiesa e la vitalità dell’apostolato! E questa accoglienza e gratitudine verso lo Spirito Santo, che opera anche oggi tra noi, sono inscindibili dal discernimento, che è proprio della missione del Vescovo, come ha ribadito il Concilio Vaticano II, che ha affidato al ministero pastorale il giudizio sulla genuinità dei carismi e sul loro ordinato esercizio, senza estinguere lo Spirito, ma esaminando e ritenendo ciò che è buono (cfr ibid., 12). Questo mi sembra importante: da una parte non estinguere, ma dall'altra parte distinguere, ordinare e ritenere esaminando. Per questo deve essere sempre chiaro che nessun carisma dispensa dal riferimento e dalla sottomissione ai Pastori della Chiesa (cfr Esort. ap. Christifideles laici, 24). Accogliendo, giudicando e ordinando i diversi doni e carismi, il Vescovo rende un grande e prezioso servizio al sacerdozio dei fedeli e alla vitalità della Chiesa, che risplenderà come sposa del Signore, rivestita della santità dei suoi figli.

Questo articolato e delicato ministero, richiede al Vescovo di alimentare con cura la propria vita spirituale. Solo così cresce il dono del discernimento. Come afferma l’Esortazione apostolica Pastores gregis, il vescovo diventa "padre" proprio perché pienamente "figlio" della Chiesa (n. 10). D’altra parte, in forza della pienezza del sacramento dell’Ordine, è maestro, santificatore e Pastore che agisce in nome e in persona di Cristo. [...]


Sappiamo bene come i nostri interlocutori neocat danno per scontata la genuinità del loro carìsma, che sotto sotto è anche qualcosa di più... del resto sono 'approvati'! Ma quanti vescovi hanno esaminato il Cnc se non in convivenze pilotate o attraverso la parlantina di catechisti addestrati e 'gasati' con strategie degne del miglior marketing e quanti di loro si sono presi o si prenderanno la briga di:
  • chiedersi i motivi di una rigida blindatura, che non crea osmosi tra le realtà parrocchiali, a meno che non siano disposte ad essere fagocitate e di fatto rende impossibile l'integrazione e la comunione ecclesiale,
  • esaminare i testi delle catechesi senza meravigliarsi che siano tenuti ancora segreti, senza bersi la balla che l'Arcano giova alla efficacia dell'esperienza: è un discorso gnostico che non appartiene alla Chiesa. Si parla tanto di Spirito Santo e, poi, sembra che più che essere opera dello Spirito i risultati appartengano alle prassi e alla loro rigida osservanza,
  • conoscere qualcosa di più delle prassi massificanti martellanti e coinvolgenti tanto da creare dipendenza,
  • porsi qualche interrogativo sulla pletora di simboli tratti dall'ebraismo e su un'iconografia a dir poco anomala,
  • interrogarsi sulla teologia che sottende la "nueva estetica" che ha stravolto gli spazi sacri,
  • farsi domande su un rito così fuori dall'ordinario?
Del resto ci stanno sommergendo di segnalazioni trionfalistiche su questa nuova performance del Papa, vista solo nel versante iniziale, quello tutto lodi e con l'accentuazione sul "Accogliete dunque i carìsmi"... tutto il resto è noia. Come non esistesse e non li riguardasse. E invece il discorso è articolato e complesso. Parla di giudizio, di armonizzazione: da una parte non estinguere, ma dall'altra distinguere ordinare ritenere esaminando. Richiama il discernimento e, in definitiva, la responsabilità.

Quanti sono i vescovi che si lasciano abbagliare dalle apparenze e da una pubblicità ingannevole? Tanti, troppi, a giudicare da ciò che accade ogni giorno nelle diocesi.

Tornando al discorso del Papa, ripreso da Introvigne su La Bussola quotidiana, è diventato un peana sui movimenti; ma non è altro che una 'lettura' parziale e volutamente enfatizzante: in certi ambienti vanno di moda i "numeri", non si guarda più alla fedeltà alla Rivelazione Apostolica. Guarda caso è proprio questo che ci viene segnalato.

Interessante il fatto che dello stesso discorso ne parli con più equilibrio Salvatore Izzo (sostanzialmente la nostra interpretazione) che così titola: Il Papa: i vescovi devono armonizzare le diversità dei movimenti e essere amici fra loro e con i sacerdoti. Un po' più di equilibrio e meno trionfalismo, accettando le critiche fondate se si vuol essere davvero cattolici -e dunque cristiani autentici- non guasterebbe.

mercoledì 14 settembre 2011

«Questo Pontificio Consiglio avrà un Futuro Immenso»

Presentiamo qui sotto alcuni suggestivi estratti dal discorso ufficiale di Carmen Hernàndez, cofondatrice del Cammino, alla consegna dello Statuto temporaneo ("ad experimentum") nella sede del Pontificio Consiglio per i Laici, aula magna, Roma, 28 giugno 2002 (il testo completo è disponibile sul sito web ufficiale del Cammino).
Abbiamo messo in neretto certi dettagli che suscitano perplessità: apparizioni della Madonna mai sottoposte al vaglio della Chiesa, l'amico Rylko in conflitto di interessi, la gran voglia di fondare una qualsiasi cosa "nuova", ed in particolare la conclusione finale che suona un po' come una minaccia mafiosa: «questo Pontificio Consiglio avrà un Futuro Immenso, se appoggerà il Cammino Neocatecumenale».

Dal discorso di Carmen Hernàndez del 28 giugno 2002

Io ringrazio voi: Rylko e questo Consiglio che avete sofferto con noi. [...] Una delle grazie più forti che ho avuto è stata a Ein Karem: io pensavo di fondare, con alcune amiche, un’associazione nuova, un movimento, ma ho sentito dalla Madonna "No … è la Chiesa: Benedetta tu fra le donne, sarà la Chiesa".

Dicevo che ho incontrato Kiko una prima volta, perché mia sorella diceva: "Ho conosciuto un messianista come te, lo devi conoscere", abbiamo preso un appuntamento nella piazza Cibeles, in un bar di fronte alla posta, lui ha tardato mezz’ora e alla fine quando doveva andare via mi ha chiesto mille pesetas, i soldi per il taxi. Capito? Questo è stato il mio primo incontro con Kiko. Il secondo incontro è stato in un bar di Palomeras. Io avevo delle amiche e volevo fare con loro una fondazione nuova, già avevo vissuto con i poveri a Barcellona prima del ’64. [...] Grazie a Mons. Rylko. Tante volte mi sembrava che Mons. Stafford non capisse: noi lo conoscevamo da Denver e gli volevamo bene; lo ringrazio perchè mi visitò in ospedale quando ero malata, mi promise un aiuto economico e non mi ha dato un dollaro! sto ancora aspettando! [...] ...Non siamo caduti nel kikianesimo! Il pericolo vero non era Mons. Rylko con l’associazione, il pericoloso per me è Kiko Arguello, ma non vogliamo morire "kikos"...


Allora, in quel bar di Palomeras Altas io guardavo Kiko così, perché venivo da grandi sofferenze e lui mi sembrava un giovanotto in pieno cursillismo… e mi dice che aveva avuto una visione della Madonna che gli aveva detto di fare comunità come la Sacra Famiglia di Nazareth. [...] E quando Kiko comincia a parlare della Famiglia di Nazareth io ho pensato: "Questo è un giovane bigotto cursillista". Ma dopo ho visto come Dio lo aveva condotto a questa idea della "piccola comunità", che tante volte aveva cercato di fare, in altri posti prima delle baracche, e non c’era riuscito. Ma nelle baracche si è trovato con il Concilio grazie a me. Io dico sempre che gli ho servito il Concilio su un piatto d’argento, in mezzo a lotte infinite. Abbiamo lottato a morte perché lui passasse dal Servo di Jahwè – che è vero - e dalla croce alla resurrezione. Per questo il primo canto che ha fatto è il Servo di Jahwè e l’ultimo, dopo grandi battaglie, dopo aver vissuto la notte di Pasqua…

Bene, io ringrazio tutti, specialmente Mons. Rylko perché la battaglia che abbiamo sostenuto è stata interessantissima. Lui aveva una volontà enorme di aiutarci, davvero, e per lui il vero aiuto era assicurarci in una associazione. La lotta che abbiamo sostenuto ha fatto bene a lui e a noi, e anche a questo Pontificio Consiglio che avrà un futuro immenso, appoggiando il cammino neocatecumenale.



Aggiornamento: dal 1° settembre 2016 il Pontificio Consiglio per i Laici ha cessato la sua attività e le sue competenze e funzioni sono state assunte dal Dicastero per i Laici. Dunque il "futuro immenso" profetizzato da Carmen Hernàndez è consistito in appena quattordici anni e due mesi.

lunedì 12 settembre 2011

Piccolo quiz per i nostri lettori

Le seguenti foto di gruppetti di evangelizzazione in strada a suon di chitarrelle e di battimani, sono tutte di protestanti tranne una di neocatecumenali. Indovinate quale... e poi confrontatela alle altre.







sabato 10 settembre 2011

Se possiamo "resistere" ai vescovi, perché non ai catechisti kikiani quando sviano?

La nostra riflessione sui simboli ci ha donato questa testimonianza di Michela.
Ricordo una scrutatio sul fico, in cui Natanaele, che scruta la scrittura, è "l'uomo in cui non c'è falsità".
Ricordo pure la tappa del Padre Nostro, che viene ripetuta 3 volte, ( che dura quindi 3 anni) in cui il Cristo-catechista viene a cercare i frutti e non li trova.
E' la stessa tappa dove viene detto -cioè deve essere proclamato con voce molto alta e con tono perentorio- che noi abbiamo per padre il demonio.
E' una tappa molto pesante per la psiche dei neocat, che viene poi addolcita dal viaggio a Roma e Loreto.
E' una delle tappe finali, quella che precede il tempo dell'elezione, alla fine del cammino, per cui , come dice giustamente Lino, ci si rivolge a persone che hanno già risposto ad una chiamata, che hanno scelto di essere cristiani.
C'è un'affermazione che mi fa venire i brividi e anche trasecolare: come possono dei cristiani già avanti nel cammino, ma già resi cristiani dal Battesimo, accettare l'affermazione, per di più perentoria: "abbiamo per padre il demonio"? Se Gesù ha già vinto il mondo e il maligno e noi siamo Suoi, come possiamo avere per padre il demonio? Il nostro Padre -ed è per questo che con le parole che ci ha consegnate nostro Signore ci rivolgiamo a Lui come "Padre nostro"- è lo stesso Dio, Padre di Gesù, Morto per espiare i nostri peccati e Risorto per ricondurci a Lui Redenti dal Suo Sangue prezioso e datore del Suo Spirito che ci costituisce creature nuove attraverso la vita di fede e i Sacramenti. Anche se dovessimo cadere in peccato, abbiamo il pentimento e il lavacro della penitenza che ci reinserisce nella Grazia santificante.

E allora, perché dare a questi catechisti-Cristo (ma scherziamo con una identificazione del genere che nemmeno un santo Padre Spirituale si arrogherebbe?) il potere di terrorismo psicologico, ma anche di sviamento dottrinale e morale?

Poiché i nostri pastori non sono più sentinelle, spetta a noi fedeli esercitare il nostro discernimento di Battezzati e Cresimati ricorrendo al Magistero che non inganna. Abbiamo i Padri a supporto di questo.

La Chiesa insegna che, di fronte a una decisione errata dell’autorità ecclesiastica, può darsi che al cattolico sia lecito non solo negare il suo assenso a questa decisione, ma anche in certi casi estremi, opporsi ad essa perfino pubblicamente. Addirittura, tale opposizione può costituire un autentico dovere (cfr. CJC, can. 212 §2).

Tra i testi relativi alla legittimità della resistenza pubblica all’autorità episcopale, Dom Prosper Guéranger, abate di Solesmes, scrivendo di San Cirillo d’Alessandria, insigne avversario del nestorianesimo, insegna: «Quando il pastore si cambia in lupo, tocca soprattutto al gregge difendersi. Di regola, senza dubbio la dottrina discende dai vescovi ai fedeli; e non devono i sudditi giudicare nel campo della fede i capi. Ma nel tesoro della Rivelazione vi sono dei punti essenziali dei quali ogni cristiano, per ciò stesso che è cristiano, deve avere la necessaria conoscenza e la dovuta custodia».

Perché, se possiamo resistere a vescovi che non sono più sentinelle, non possiamo resistere senza sentirci "fichi sterili" e quindi addirittura maledetti da Dio -che non c'entra un bel nulla con l'interpretazione autentica della Scrittura, addirittura subdolamente strumentalizzata-, a dei catechisti che qualcuno ha del tutto arbitrariamente investito del "munus docendi regendi et sanctificandi" che appartiene solo ai sacerdoti e che una gerarchia a dir poco disattenta continua a consentire?

Cari amici neoatecumenali, vi rendete conto della gravità e della tragica durezza di questa che non è altro che una minaccia per continuare a coartare le anime? In Cristo Signore, siete più che autorizzati a riprendervi la vostra vera libertà di figli di Dio e non del nemico!

venerdì 9 settembre 2011

La forza dei "simboli" e dei "segni" nel cammino NC

Carissimi,
pubblico, perché pone interessanti osservazioni sull'uso dell'universo simbolico kikiano, questo intervento di Lino postato su un thread di alcuni giorni fa nel quale si era sviluppata la riflessione. E' importante prendere atto anche di questo aspetto che completa il quadro delle difformità dottrinali e pragmatiche NC e offre una chiave di lettura in più del fenomeno: specialistica, forse, ma non meno esatta per decriptare un altro dei poliedrici aspetti dell'entità cammino NC e in ogni caso autorevole per le competenze dell'estensore, che ringrazio, pregandolo, se vuole, di aiutarci ad approfondire ulteriormente. Avevo già preparato un thread sulla "nuova estetica" sul quale ci fermeremo successivamente.
Gentile Mic, concordo in linea di massima con i contenuti dell'articolo che hai segnalato. Mi limito, considerato lo spazio possibile per una risposta, a commentare un brano che ritengo molto chiarificatore: "L'iniziatore del Cammino NC si intestardisce a rispolverare i contenuti antichi della religione cristiana, e con essi i simboli, che lui chiama "segni" perché devono avere una forte riconoscibilità semantica per i fedeli".
Da un punto di vista semantico, il fatto che Kiko chiami "segni" gli antichi simboli della religione cristiana – per strategia, ritengo, non perché sia intestardito – conferma le mie opinioni: il personaggio possiede una conoscenza ben chiara, propria delle culture esoteriche, del ruolo che sempre ha avuto il simbolismo nel catturare e trattenere ‘profani’ inconsapevoli, al fine di fondare nuove consorterie. Tu, forse, hai letto che nel mio saggio "Per un approccio razionale al simbolo antico" la comprensione di un'opera simbolica avviene mediante il tentativo di ricondurre il simbolo a segno, vale a dire al significato (più probabile) che esso poté avere tra i 'parlanti' dell'enclave culturale in cui fu utilizzato. Il tentativo di Kiko, all'opposto, è quello di imporre un proprio significato – che non potrà mai essere quello antico, perché differenti sono i parlanti e il contesto – alle immagini che egli utilizza. Il metodo, in realtà, non è nuovo e, specie negli ultimi secoli, è stato tipico di filosofie sincretiche che fabbricano un proprio symbolarium a partire da enclave culturali varie, magari con l'aggiunta di creazioni originali. La Massoneria speculativa, la quale fonde simboli ebraici, cristiani, mitologici, delle arti e dei mestieri, dell’alchimia, è il caso più noto. Il fenomeno Neocatecumenale, seppur preoccupante, dal punto di vista sociologico è molto interessante. Io non so come i Neocat strutturano i percorsi (chiamiamoli pure Gradi) di iniziazione e avanzamento; se essi dovessero basare i contenuti su “simboli” e “parole”, l’imitazione sarebbe notevolissima.

Quanto alle tappe 'iniziatiche' che segnano l'iter NC, ognuna di esse è rigorosamente contrassegnata da eventi durante i quali, nella cornice simbolica tipica: croce astile e icone, leggio con simbolismo mutuato dall'ebraismo, sedie e seggi disposti in un certo modo (in parte lo stile sinagogale sia pur reinterpretato), vengono proclamate letture (sempre le stesse per ogni specifica "tappa") la cui interpretazione non è mai ecclesiale, ma sempre strumentale agli insegnamenti e prassi camminanti e dalle quali vengono estratte "idee chiave", parole forti incisive che il clima creato con i canti coinvolgenti e con gli atteggiamenti dei catechisti, imprime fortemente nell'intimo di chi vi è sottoposto.
Indico a caso uno dei simboli tirato in ballo nei confronti di chi abbandona il cammino: il "fico sterile", quello maledetto da Gesù. Immaginabile con che violenza e con che forza si incide nell'animo dei camminanti, già impregnato di martellanti precedenti suggestioni, la difficoltà se non l'impossibilità di lasciare il cammino con queste (ed altre) spade di Damocle sulla testa... Che fine fa la "libertà dei figli di Dio"?
Non a caso, invece, richiamo ancora una volta il "segreto" tuttora mantenuto per la mancata pubblicazione dei testi, che si addice ad una setta ma è completamente estraneo alla Chiesa.

giovedì 8 settembre 2011

8 Settembre, Natività di Maria Vergine

Il nostro interlocutore Lino si riferisce commosso a questa testimonianza di un sacerdote:
Una volta ho portato la comunione a una vecchietta di 103 anni, morente. Entro in casa ed era lì sul divano, io recito la formula e questa cerca di alzarsi facendo una fatica immane. Le dico: “Stia giù, non si preoccupi”, e questa si alza, e guardando l’ostia dice: “per Lui, questo e altro”. Questo “per Lui” era detto con una lucidità incredibile: stava parlando con Gesù Cristo».
Così ci scrive Lino e mi è caro, in questo giorno, far memoria del Nome della Nostra Madre:

per Lui, questo e altro”. Bellissimo questo aneddoto, una lezione per chi pensa di poter stabilire sia cammini ventennali prefissati per la Fede, sia limiti alla Grazia.

In questa data particolare (8 settembre) pubblico una poesia sulla salvezza "all'ultimo secondo". Non riferisco il cognome dell'autore perché so bene che lui di apporre la firma sulle opere, così come fa Kiko sulle icone, se ne frega altamente.




...Preghiera per un ateo...

Vergine santa che portasti in grembo
il corpo incorruttibile di Cristo,
per il dolore atroce del Calvario
volgi lo sguardo tuo, rivolgi il volto
all’uomo disperato sul giaciglio.

Regina dei Misteri non negare
la grazia che fugò l’Angelo Nero,
per cui ti volle il Padre tuo per madre
e prima figlia e immacolata sposa:
volgi lo sguardo e veglia l’ammalato.

Nell’ora in cui si smorzano le lampade
nelle fredde corsie degli Incurabili,
quando non luminare più rianima
e cede scienza che spenge le macchine,
avanza tu, nell’abito di luce.

Rischiara tu le tenebre del nulla,
l’angoscia del distacco e dell’oblio,
nell’attimo che rende Darwin cupo
ed ansima d’anelito d’Eterno,
se non si trova, portalo tu Dio.

Lino

martedì 6 settembre 2011

Mons. Rouco Varela contrariato dalle parole di Carmen Hernandez


Madrid, ancora sull'incontro del 22 agosto a Piazza Cibeles: parla Carmen Hernandez. Non mi sembra che anche qui i nostri ci facciano un figurone, il resto non era da meno anzi! Ma ciò nonostante...

domenica 4 settembre 2011

Congresso eucaristico Ancona. Prime impressioni.

Dal 3 all'11 settembre si tiene ad Ancona il XXV Congresso Eucaristico Nazionale.

Avremo occasione di riflettere sull'evento e di coglierne le peculiarità seguendone lo svolgimento.

Intanto, non ho potuto fare a meno di notare qualcosa di stonato, a partire dalla celebrazione della S. Messa 'presieduta' dal card. Re, assistendo alla generalizzata distribuzione della Comunione da parte di laici, tra i quali molte donne, inesorabilmente sulle mani e senza nessun segno di sacralità nei confronti del Signore. Se questi sono gli inizi, immaginiamoci il seguito.

Tanto più dopo aver appreso dal sito catechista.it -curato da una coppia di catechisti, appartenenti al Cnc dal 1979- che la Mostra a corredo dell'evento (36 pannelli presentati in gennaio ad Ancona al Consiglio permanente della Cei) è stata allestita a cura di neocat. Vi metto il link all'articolo dal quale emerge l'atteggiamento prettamente emozionale collegato all'evento, senza alcun accenno al dato principale: la Redenzione attraverso l'Espiazione, operata dal Signore per noi, con tutta l'enfasi possibile sull'emozionalità [vedi] che è conseguenza non causa di conversione, essendo coinvolte, nella conversione stessa, le facoltà che fanno dell'uomo un "essere umano": ragione e volontà. Sono esse che semmai, dopo essere state esercitate secondo il cuore di Dio, accendono il sentimento.

Mi hanno fatto particolarmente rabbrividire queste parole citate:
«Questa Eucarestia è un pane duro da comprendere oggi», una frase spesso ripetuta dal nostro Arcivescovo, che con tenacia, paternità ed affezione in questi mesi si è speso in tantissime occasioni esprimendo non raccomandazioni ma domande: «Ma noi ci crediamo? Come possiamo capire il paradosso di un uomo presente in un pezzo di pane?».
Un uomo o un Uomo-Dio? Per quanto evidentemente provocatorie, si tratta di parole incomplete. Inoltre, perché mai l'Eucaristia dovrebbe essere dura da comprendere oggi? Basta ci sia chi ne parla dal cuore acceso di quello che essa davvero è e opera... Se queste sono parole di un arcivescovo, possiamo poi meravigliarci che venga mandato ad evangelizzare un pittore spagnolo con la sua nuova rivelazione spuria, sviante, massificante, desacralizzante e sincretistica nel versante giudaico e giudaizzante? Anche se, a dire di testimoni attendibili, ad Ancona non sarà chiamato a parlare ufficialmente mentre, a Madrid, gli sono stati negati spazi di visibilità insieme al Papa e gli altri sono quelli che si è preso lui, al solito. Probabilmente lo stesso farà ad Ancona. E tuttavia, sta di fatto che c'è chi glielo permette...

Vi lascio alla lettura del pezzo linkato e attendo le vostre riflessioni.

venerdì 2 settembre 2011

Spunti di riflessione dopo la GMG

“In quello stesso giorno, alla sera, Gesù disse loro: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, congedata la folla, lo presero, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?» [Mc 4,35-41]


Di fatto durante l'Esposizione del Santissimo, l'Adorazione e per tutta la Benedizione, si è vissuto "un momento di grazia così potente che il vento e la pioggia si sono interrotti per rispettare e lasciar sovranamente soffiare lo Spirito".

La veglia indimenticabile

Era sera. Nulla che facesse presagire quello che da lì a poco sarebbe successo. La Chiesa cattolica stava lì. C’era il successore di Pietro, c'erano cardinali, vescovi, sacerdoti e un’infinità di giovani. Tutto procedeva regolarmente. Fino a quando la barca di Pietro, la Chiesa, fu assalita da una bufera. Vento forte, pioggia battente. Il programma della serata stravolto. La paura di un crollo della struttura su cui stava il Papa, il crollo di alcune cappelle costruite per la custodia del Santissimo Sacramento. La paura di una fuga di massa, con tutte le conseguenze del caso. Niente di tutto questo. La Chiesa è rimasta lì con Pietro, il Papa Benedetto XVI, la tempesta è passata e tutto, seppur con qualche modifica, è ripreso.

Era la sera del 19 agosto scorso. A Madrid, Spagna. A duemila e passa anni dagli eventi raccontati dal Vangelo di Marco (ma anche da Matteo e Luca), la Chiesa rivive un episodio simile. In tutta Madrid (testimoni oculari l’hanno raccontato) non è successo niente. La tempesta si è abbattuta solo e soltanto là, dove stava Pietro con i suoi discepoli. La paura c’era. Le difficoltà anche. Ma nessuno si è mosso. Tutti hanno aspettato. Con fede. Piccola o grande che fosse. E il vento è cessato. La Giornata Mondiale della Gioventù è una festa della fede, come in molti si sono sollecitati a ricordare. Questa fede si è ben espressa, quando nessuno ci pensava, proprio lì, in mezzo alla tempesta. Fa pensare, e forse anche rabbrividire, costatare che su tutta Madrid l’unico posto dove ci sono state quelle condizioni metereologiche avverse era la spianata di Cuatro vientos, dove si stava svolgendo l’incontro di Papa Benedetto XVI con i giovani di tutto il mondo. Si può pensare, preoccupati, che si sia trattata di una persecuzione del maligno. Si può pensare che si sia trattata di una prova. In entrambi i casi la fede è stata messa di fronte ad una domanda: dov’è Dio? Qualcuno ironicamente me l’ha fatto presente in quei momenti “non può piovere proprio ora”. Eppure non solo ha piovuto, ma si è scatenata una bella tempesta. Questo conferma che la fede non porta a stravolgimenti esteriori delle cose e nemmeno ad una scomparsa dei problemi e delle difficoltà. Le tempeste rimangono, anzi, forse aumentano. Cambia che non si è più soli. Si è in compagnia di Gesù Cristo. Quella sera egregiamente rappresentato dal Suo Vicario per eccellenza: il Papa. Che è rimasto in silenzio. Non è stato a far discorsi e prediche su quanto accadeva. Ma è rimasto lì, con l’esempio. Benedetto XVI le miglior cose che ha detto e fatto, a differenza di quanto comunemente si pensa, non le ha pronunciate con la bocca. Tantomeno le ha dette usando il linguaggio degli uomini. Le cose migliori e più importanti le ha fatte con i gesti, le ha scritte con i documenti e le ha celebrate con i sacramenti. Invitando a fare lo stesso a tutta la Chiesa.

Questo nonostante tutte le avversioni, le incomprensioni e le ostilità che ogni Papa, Benedetto XVI non escluso, si trovi ad affrontare. Purtroppo anche, e soprattutto, all’interno della Chiesa stessa. Che è sì santa, ma non è un covo di santi. Così come ci sono le tempeste, ci sono anche i tradimenti di tanti novelli Giuda.

Il "giorno dopo" kikiano.
E uno dei più palesi (non l’unico sia chiaro) è stato egregiamente espresso lunedi sera. Durante il cosiddetto “incontro vocazionale” del Cammino Neocatecumenale. Per me che ci sono stato si è trattato di un trauma. Sono rimasto perplesso per tutto quel giorno e per alcuni giorni successivi. Non riuscivo a darmi una spiegazione sul senso di quella manifestazione. L’unica risposta che sono stato in grado di darmi è stata che quello che si stava facendo lì era una semplice (ed efficace) prova di forza. Della serie: noi siamo i neocatecumenali, siamo “tanti”, siamo forti, abbiamo un peso, un potere, stateci a sentire. Altrimenti non mi spiego niente di tutto quello che è successo. Perché quanto si è fatto e detto non era niente che potesse nemmeno minimamente avvicinarsi a quanto crede, vive e insegna la Chiesa cattolica.

Provo, facendo ordine nel turbine dei miei pensieri e delle mie considerazioni, a spiegare i punti focali di questa difformità con la Dottrina della Chiesa cattolica, con il Magistero dei Papi, con la Verità di Gesù Cristo.

Quella che si stava celebrando in quel momento, con le intenzioni di Kiko Arguello, era una liturgia della parola. Una liturgia. Un “qualcosa”, quindi, per cui “si attua l'opera della nostra Redenzione”. La liturgia, infatti, “contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il Mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 5]. Così il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 1068. In una liturgia, quindi qualcosa di sacro, andrebbe mantenuto un atteggiamento umile, devoto, semplice, in cui il protagonista è Dio non chi sta celebrando. Tra le altre cose è vero che a presiedere tale liturgia c’era il cardinale di Madrid (che con la sua presenza più che legittimare il Cammino Neocatecumenale, ha delegittimato la Chiesa cattolica dalla quale ha ricevuto il sacramento dell’Ordine), ma chi ha animato (come se la liturgia richiedesse un animazione e di animatori) e guidato tutto quanto è stato un laico: il suddetto Kiko Arguello, fondatore e guidatore del Cammino Neocatecumenale.

A sostegno della mia tesi secondo cui quell’evento è stato solo e soltanto una prova di forza e un culto al Cammino (e assolutamente non a Dio) è che, subito dopo aver invocato lo Spirito Santo (a suo modo ovvio), Kiko ha iniziato a sciorinare numeri sulla presenza del Cammino Neocatecumenale in tutto il mondo. Mentre elencava le varie realtà, incitava la folla innanzi a lui a farsi sentire e a farsi riconoscere sventolando le bandiere dei propri Paesi. Tutto questo, lo ripeto a scanso di equivoci, in quella che doveva essere una liturgia. I nostri Vasco Rossi, Renato Zero, Claudio Baglioni e co., nei loro concerti, sanno essere più ordinati e più consoni con quello che stanno facendo.

Dopo aver mostrato i muscoli al mondo (si era in diretta su alcuni canali video e su alcune stazioni radio), il signor Arguello è passato a leggere una lettera che l’allora (più di quarant’anni fa) professor Ratzinger gli aveva inviato. Questo è stato uno dei momenti più imbarazzanti (e violenti) della giornata. Infatti, cosa che ho notato fin da subito, il signor Arguello ha raccontato (leggendo la lettera in questione) come Joseph Ratzinger fosse favorevole, probabilmente anche entusiasta, del Cammino. Kiko quindi ha ricordato i vari provvedimenti che Ratzinger ha compiuto in favore del Cammino quand’era professore, quando era parroco, quando era vescovo e quando era cardinale. Punto. Di quando Ratzinger è diventato Prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede e, soprattutto, di quanto Joseph Ratzinger ha detto e fatto verso il Cammino da quando è stato eletto Papa con il nome di Benedetto XVI, Kiko non l’ha minimamente ricordato. E il perché ci pare abbastanza evidente.

Nel frattempo c’è stato un intermezzo musicale di un qualcosa composto dallo stesso Kiko con l’ennesima dimostrazione che il Cammino Neocatecumenale è kikocentrico e non cristocentrico e con l’ennesima dimostrazione della bruttezza delle sue opere (musicali e visive).

A proposito della musica, mi concedo anch’io un piccolo intermezzo per dimostrare come sia ridicola, sterile e fuori luogo la pretesa di tirare dalla propria parte la persona del Santo Padre. La musica, ovviamente liturgica, per i Neocatecumenali (e non solo) è quella che si realizza con chitarre, bonghi, tamburelli, nacchere (stavamo a Madrid…) e non meglio specificati strumenti. Il capitolo VI della Costituzione Sacrosantum Concilium del Concilio Vaticano II parla (anche se in maniera poco chiara come molti dei documenti di quel Concilio) del fatto che devono essere utilizzati canti attinenti alla liturgia, che esprimano il senso del sacro, che lo strumento da utilizzare è l’organo e tante altre cose tranquillamente disattese in molte (troppe) parrocchie e in tutto il Cammino Neocatecumenale. La Tradizione della Chiesa in ambito liturgico è chiara. Basta leggersi i documenti che da Pio X in poi (tanto per rimanere in epoca moderna) fino a Benedetto XVI (compreso anche Giovanni Paolo II) richiamano alla dignità della musica sacra.

Dopodiché Kiko ha fornito prova della sua oratoria. Non voglio offendere nessuno e non voglio sentirmi migliore di nessuno, tantomeno di Kiko, ma la sua predica (i laici tengono prediche? Da quando questo è permesso nella Chiesa cattolica? Ma non era questa una prassi che i Neocatecumenali dovevano correggere?) è stata a dir poco confusa, inconcludente e priva di ogni senso. Fiorello avrebbe avuto più significato. Sembrava davvero un comico, un animatore, uno showman che si muove sul palco, che incita la folla, che invita a salire sul palco, a intervenire, ecc. Tutto sempre nella cornice di una liturgia sedicente cattolica. A Kiko si sono aggiunti i commenti di Carmen e di don Mario Pezzi che non hanno fatto altro che rendere agghiacciante tutta quella situazione e renderla, se ciò fosse possibile, priva di ogni altro senso.

E, infine, l’aspetto più drammatico, più scandaloso e più offensivo della dignità delle persone, oltre che della serietà della faccenda in questione, è stata la cosiddetta “alzata vocazionale”. Non so da dove partire, perché da qualsiasi cosa iniziassi, prenderei bene per parlare male. Questo è uno dei fiori all’occhiello, dei vanti del Cammino neocatecumenale. Infatti chiunque senti di loro si pavoneggia o addita a merito del Cammino quello di suscitare migliaia di vocazioni. Effettivamente uno dei pochi seminari attivi è quello gestito dai Neocatecumenali. Allo stesso tempo è però necessario domandarsi quanto bene facciano alla Chiesa questo tipo di vocazioni che di cattolico non hanno nulla, visti i presupposti sopra elencati, ma anche e soprattutto tutto quello che si sa sulla dottrina e sulla prassi dei Neocatecumenali. Ebbene, queste alzate vocazionali funzionano così: il signor Kiko esorta al silenzio più totale, invita ad accovacciarsi per terra e dopo un momento di silenzio (l’unico di tutta la giornata!) egli sollecita con forza ad alzarsi e correre sul palco tutti quelli che si sentono di voler abbracciare la vita sacerdotale. Il che è assurdo. La vocazione non è frutto di un momento, di un sentimento istantaneo che come nasce, muore. La vocazione è cosa seria, è una scelta, che si fa con l’uso di quella cosa che Kiko non ha per niente preso in considerazione: la ragione. Infatti, quello su cui lui ha fatto leva è l’emotività del momento. I Neocatecumenali cui questa cosa è stata fatta notare rispondono con sincera convinzione che non è così. Che dopo queste alzate le persone che hanno fatto questa scelta trascorrono uno o due anni in un corso per verificare la veridicità di questa vocazione. E poi, dopo aver superato questo percorso, si entra nel vero e proprio seminario. Eppure questa risposta non risponde e non placa l’angoscia per tale pagliacciata. Perché se anche fosse vero che quella manifestazione esteriore deve essere supportata da una interiore, non si vede il perché quella esteriore debba essere manifestata al mondo intero. Non se ne spiega il motivo se non per far vedere che il Cammino è forte ed è l’unico in grado di mandare avanti la Chiesa. E con questo, il cerchio si chiude.